“Come andare a scuola di abuso”: la violenza domestica segue sempre lo stesso copione.

C’è una cosa che spicca dei maltrattatori: è come se avessero tutti studiato una sorta di manuale di abuso domestico. “Usano tutti le stesse tattiche. Per esempio, magari non dicono direttamente ‘non voglio che tu veda i tuoi amici, abbia un hobby o frequenti i tuoi genitori’, ma lo rendono difficile. Tipo, ‘cosa vuoi vederli a fare? Non credo ti faccia bene.’ E alla fine le donne li accontentano, perché resistere è troppo complicato e sono stanche di litigare. Ed è così che inizia, piano piano… e il tuo mondo si restringe. E poi quando il maltrattatore diventa il tuo punto di riferimento principale, che è quello che succede, è molto simile ad essere in una setta. Perché ricevi tutti i tuoi input principali da lui.”


“È come andare a scuola di abuso. Fanno tutti così.”

Parlate con chiunque abbia lavorato con sopravvissute o maltrattatori, e vi diranno la stessa cosa: l’abuso domestico segue quasi sempre lo stesso copione. È un fenomeno che lascia davvero perplessi: com’è possibile che uomini appartenenti a culture molto diverse sappiano tutti usare le stesse tecniche base di oppressione?


Si è iniziato a investigare il fenomeno solo di recente. L’abuso domestico sarà anche vecchio come le relazioni di coppia, ma abbiano iniziato a capirlo davvero solo dopo che i primi rifugi per donne maltrattate sono stati aperti negli anni Settanta. Quando migliaia di donne fuggirono in questi rifugi improvvisati, non parlavano solo di occhi neri e rabbie furiose. Raccontavano storie di incredibili violenze e crudeltà, e di quelle che sembravano campagne organizzate di controllo. Presto divenne chiaro che, anche se ogni donna aveva una sua storia individuale, lo schema generale era simile in maniera inquietante. Come disse all’epoca un addetto a un rifugio, “ero arrivato al punto in cui potevo finire io la storia di una donna raccontata a metà. Avevo la sensazione inquietante che questi uomini si radunassero insieme a decidere cosa dire e fare.”


Nei primi anni Ottanta, i ricercatori notarono un’altra cosa straordinaria: non solo le storie delle donne si somigliavano in modo assurdo, ma somigliavano anche ai racconti di un gruppo di sopravvissuti che sembrava completamente separato: gli ex prigionieri di guerra.

[…] Dopo approfonditi colloqui con prigionieri di guerra tornati in patria, Birderman […] concluse che gli aguzzini dei campi di prigionia avevano usato antichissimi metodi di controllo coercitivo. Questi metodi erano basati “principalmente sue idee semplici e facilmente comprensibili su come la forza fisica e morale di un individuo possa essere minata.”

[…] Alla base del controllo coercitivo c’erano tre elementi primari: dipendenza, debolezza e paura. Per ottenere questo effetto, gli aguzzini usavano otto tecniche: isolamento, monopolizzazione delle percezioni, indurre debolezza o spossatezza, coltivare ansia e disperazione, alternanza fra punizioni e ricompense, dimostrazioni di onnipotenza, degrado, e la costrizione ad obbedire a ordini triviali. La ‘mappa della coercizione’ di Biderman dimostrava che atti di crudeltà che in principio apparivano isolati erano in realtà connessi in modo intricato. Era solo quando questi atti erano visti nel loro insieme che lo schema del controllo coercitivo diventava evidente.


Nella ‘mappa’ di Biderman non c’era una categoria per l’abuso fisico. Anche se era spesso utilizzata, la violenza vera e propria non era “un metodo necessario né particolarmente efficace” per ottenere l’obbedienza, e gli aguzzini più abili ed esperti la evitavano. Avevano solo bisogno di instillare la paura della violenza, cosa che facevano con “vaghe minacce e l’insinuazione che fossero preparati a prendere misure drastiche.”


Quando Biderman pubblicò le sue scoperte, la gente rimase incredula. Era davvero così facile manipolare le persone? […]

Negli anni Settanta, quando le donne iniziarono ad accorrere nei nuovi rifugi, raccontarono di essere state isolate da amici e parenti, di aver ricevuto istruzioni su come comportarsi, di essere state degradate, manipolate, violate sessualmente e minacciate di morte. La violenza fisica era comune, e poteva arrivare a estremi sadici, ma le sopravvissute insistevano che non era la parte peggiore dell’abuso – e alcune non avevano subito alcun abuso fisico. Nel suo innovativo libro ‘Rape in Marriage’, Diana Russel presentò due liste fianco a fianco: la ‘Mappa della Coercizione’ di Biderman e le tecniche comuni dei maltrattatori domestici. Le liste erano praticamente identiche. L’unica differenza era che mentre gli aguzzini dei campi di prigionia applicavano queste tecniche in maniera tattica, i mariti sembravano replicare il sistema di controllo coercitivo in maniera inconscia.


Nel 1973, Amnesty International incluse la Mappa della Coercizione di Biderman nel suo rapporto sulla tortura, dichiarando che queste tecniche sono gli strumenti universali di tortura e coercizione. Più avanti Judith Herman, psichiatra e specialista in traumi dell’università di Harvard, avrebbe scritto: “I metodi coercitivi che permettono a un essere umano di schiavizzarne un altro sono sempre gli stessi.” In situazioni di abuso domestico, l’effetto del controllo coercitivo è lo stesso: il maltrattatore diventa “la persona più potente” nella vita della vittima, la cui psiche è “plasmata dalle azioni e le convinzioni del maltrattatore.


I maltrattatori domestici non hanno bisogno della violenza fisica per mantenere il potere – devono solo far credere alla vittima di essere capaci di usarla. Questa minaccia, scrisse la Herman, è particolarmente efficace quando è diretta contro persone amate: “Le donne maltrattate, per esempio, spesso raccontano che il loro maltrattatore aveva minacciato di uccidere i loro figli, genitori, o qualunque amico offrisse loro rifugio se avessero tentato di scappare.” Questa atmosfera di minaccia è sufficiente a “convincere la vittima che il maltrattatore è onnipotente, che ogni resistenza è inutile, e che la sua vita dipende dal conquistarsi la benevolenza del maltrattatore tramite l’obbedienza assoluta.”


Oggi sappiamo che le tecniche comuni fra i maltrattatori domestici sono le stesse usate da praticamente qualunque tipo di aguzzino: rapitori, chi prende ostaggi, papponi, capi di sette. Questo ci rivela che le vittime di abuso domestico non hanno niente di particolarmente debole, inerme o masochista. Di fronte ai metodi universali di controllo coercitivo, reagiscono nello stesso modo di soldati ben addestrati.

Questo estratto è tratto dal libro ‘See what you made me do’ (Guarda cosa mi hai costretto a fare) di Jess Hill.

Traduzione dell’articolo “It’s like you go to abuse school”, The Guardian

“Perchè le vittime di violenza domestica non se ne vanno?”: legami traumatici

Le persone spesso rimangono in relazioni abusanti a causa del ‘trauma bonding’ (legame traumatico): ecco i segnali.

Spesso, le vittime non si rendono neanche conto di trovarsi in una relazione abusante.

Può essere difficile per gli altri comprendere perché qualcuno resti con un partner abusante.

Spesso è per via di quello che viene chiamato ‘trauma bonding’ (legame traumatico) per cui si diventa dipendenti dagli alti e bassi ormonali causati dall’abuso.

Chi non ha mai vissuto l’esperienza di una relazione abusante fatica a capire perchè le vittime vi rimangano coinvolte tanto a lungo. Se qualcuno di stava maltrattando, chiedono, perchè non te ne sei andata?

Per i sopravvissuti può essere una domanda molto difficile a cui rispondere. I più fortunati scappano e incappano in articoli o libri che danno loro le informazioni per poter comprendere cosa sia loro successo, e di conseguenza gli strumenti per descrivere la loro esperienza. Altre volte, però, non succede, e potrebbero non rendersi nemmeno conto di aver vissuto una relazione che si potrebbe classificare come ‘abusante’.

Questo perchè siamo condizionati a credere che l’abuso sia sempre fisico. Nei film e in TV vediamo personaggi che sono palesemente cattivi. Sono violenti con le loro partner, urlano con fare aggressivo, magari le uccidono addirittura in un accesso di rabbia. Anche se queste cose succedono, non sono una rappresentazione accurata dei tipi di abusi subiti da molte altre persone.

Secondo la terapista Shannon Thomas, autrice di ‘Healing from Hidden Abuse’, l’abuso psicologico è insidioso e si verifica nel corso del tempo, come una flebo di veleno che gocciola lentamente nelle vene.

Comincia con un commento apparentemente casuale di qua, o un insulto di là, ma spesso le vittime non danno peso a questi momenti. Questo perché i maltrattatori sono bravissimi a fingere di essere tutto ciò che si desidera in un partner, e bombardano la vittima di affetto. Le vittime tendono a credere che questa sia la vera personalità del maltrattatore e, quando la maschera inizia a scivolare sempre più spesso, credono che sia l’eccezione alla regola, e che debba essere colpa loro per aver fatto arrabbiare il partner.

Le persone restano in queste relazioni in parte perché stanno cercando di riconquistare l’affetto del maltrattatore. Però, le vittime diventano anche biologicamente legate ai loro maltrattatori per via del ‘trauma bonding.’

E’ un po’ come diventare dipendenti da una droga. Una relazione con abusi psicologici è un’altalena, con punizioni e poi ‘rinforzo intermittente’ con atti di gentilezza quando ti ‘comporti bene’. Questo significa che anche il corpo è su un’altalena ormonale, con alti livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) abbinato alla dopamina quando si riceve affetto come ricompensa.

“E’ un continuo avanti e indietro, e il corpo diventa dipendente,” dice Thomas. “Quando cerchiamo qualcosa che vogliamo, qualcosa che prima avevamo – ovvero la connessione con qualcuno – e lui gioca al gatto e al topo, offrendo affetto per poi strapparcelo, il corpo diventa veramente dipendente dall’ottenere quell’approvazione.”

L’altalena ormonale ha un serio impatto sul corpo. Le vittime potrebbero sviluppare acne anche se hanno sempre avuto una pelle sana. Potrebbero avere dolori al petto. Nel suo lavoro, Thomas ha anche visto persone sviluppare malattie autoimmuni.

“I loro corpi iniziano a risentirne, e iniziano a soffrire seriamente di dolori cronici, emicranie, dolori di tipo artritico, e non riescono a combattere in modo efficace le infezioni,” dice. “C’è un limite allo stress che il corpo può sopportare.”

Le vittime restano in queste relazioni nonostante lo stress subito dal loro corpo perchè spesso non è loro chiaro quali siano veramente i problemi. Tramite il gaslighting, il controllo, e l’affetto intermittente, il maltrattatore ha spinto la vittima in un angolo, portandola a biasimarsi e a cercare disperatamente di riconquistare l’affetto della persona che ama.

Sfortunatamente, molte vittime sono così legate al loro maltrattatore che quando cercano di andarsene, finiscono per tornare. Altre non cercano mai di andarsene, e vengono liberate dalle grinfie del maltrattatore solo quando lui le scarica.

Una relazione abusante con un narcisista o uno psicopatico tende a seguire lo stesso schema: idealizzazione, svalutazione, e abbandono. A un certo punto, la vittima sarà spezzata al punto che il malrattatore non vedrà più alcun vantaggio nello sfruttarla. Magari l’ha ridotta in bancarotta, ha distrutto la sua autostima o peggio, e passa alla vittima successiva.

Però, quando il maltrattatore se n’è andato, la vittima – o il sopravvissuto, come dice Thomas – può finalmente iniziare ad accettare l’idea di aver subito abusi. Può elaborare il dolore, vedere finalmente i danni che le sono stati inflitti, e rendersi conto che non è stata colpa sua.

E’ solo allora che la guarigione può davvero iniziare, e che i sopravvissuti possono rendersi conto di essere stati presi di mira non perché fossero deboli, ma perché avevano così tanto da offrire.

Ecco i segni che potrebbero indicare un legame traumatico, secondo Psych Central:

  • un pattern costante di mancato adempimento – il partner ti promette delle cose, ma continua a non farle.
  • Altri sono disturbati da qualcosa che ti viene detto o fatto nell’ambito della relazione, ma tu lo ignori.
  • Ti senti intrappolata nella relazione perché non vedi via d’uscita.
  • Continui a litigare per le stesse cose con il tuo partner, girando sempre in tondo e senza mai una risoluzione.
  • Vieni punita o subisci il ‘trattamento del silenzio’ da parte del tuo partner quando dici o fai qualcosa di ‘sbagliato’.
  • Ti senti incapace di distaccarti dalla relazione anche se non ti fidi pienamente della persona con cui stai, o magari nemmeno ti piace più.
  • Quando cerchi di andartene, sei assalita da un tale bisogno di tornare dal tuo partner che temi potrebbe distruggerti.

Lindsay Dodgson – Trauma Bonding Explains Why People Stay in Abusive Relationships

La rabbia al volante del Narcisista

Il tuo partner è mai improvvisamente ‘sclerato’, prendendosela con te per poi iniziare a guidare come un pazzo con te in auto, improvvisamente incazzato senza motivo? Sei mai stata in macchina come passeggera, e tutto sembrava normale mentre conversavi con il narcisista, e poi senza alcun preavviso lui ha cambiato umore con fare passivo-aggressivo e ha inchiodato con tanta forza che l’auto ha fatto un testacoda o è andata fuori controllo rischiando di causare un incidente?

Hai pensato ‘che diavolo succede’, o che dovevi aver detto qualcosa di male che l’aveva fatto arrabbiare? (In realtà, non hai detto niente di male!) Il tuo partner ha attacchi di rabbia al volante al minimo ‘errore’ di altri guidatori, oppure senza alcun reale motivo, imprecando rabbiosamente e insultandoli?

Questi spaventosi comportamenti antisociali al volante indicano che sei in compagnia di una persona che NON è mentalmente equilibrata, che non pensa a te o alla tua sicurezza: sono tratti intimidatori che fungono da campanello d’allarme del Disturbo Anti-Sociale Narcisistico della personalità.

Prestate attenzione ai comportamenti negativi di cui siete testimoni in auto con un narcisista. Se non vi sentite rilassate, a vostro agio o al sicuro con lui, se avete visto i suoi ‘scleri’ improvvisi e la sua guida spericolata, che vi sia di avvertimento: è pericoloso in tutti i campi.

Solo chi è stato in auto con un narcisista maligno alla guida sa che sfrutta anche il potere e il controllo che ha al volante di una macchina per terrorizzare e torturare le sue vittime.

Raising awareness of Narcissistic, Anti Social Personality Disorders

Per approfondire: I maltrattatori e la rabbia al volante

I narcisisti e la terapia di coppia

Un narcisista maligno accetta molto raramente di fare terapia di coppia. Se lo fa, sappiate che ha sempre un secondo fine. Sfrutterà l’occasione per convincere il terapista che è lui la vera vittima. E spesso, lo fanno in maniera molto convincente.

Io ho commesso l’errore di fare terapia di coppia con il mio ex marito. Vivevo ancora nell’illusione che ciò che non andava potesse essere ‘aggiustato’. Quanto avevo torto!

I narcisisti hanno sempre secondi fini SE accettano di andare in terapia. Saltò fuori che era andato di nascosto a incontrare la terapista prima che ci andassimo insieme, e la terapista – sì, una terapista donna! – aveva preso le sue parti, dicendomi che avevo fallito come moglie per poi spiegarmi cos’avrei dovuto fare per sistemare le cose.

Freedom from Narcissistic and Emotional Abuse

Il narcisista e la ‘sindrome del giocattolo nuovo’.

Sei la mia televisione. All’inizio, trasmetti tutti i miei programmi preferiti, che guardo costantemente uno dopo l’altro.

Fisso lo schermo con avido entusiasmo, godendomi lo spettacolo che mi viene offerto. Seguo ogni sviluppo della trama e aspetto con ansia l’episodio successivo. Discuto delle trasmissioni con tutti, deliziato dalla qualità dei programmi. Sono così fortunato ad aver trovato il tuo canale. È come se tutto ciò che trasmetti fosse stato scritto apposta per me. Non riesco a credere a quanto mi piaccia tutto.

Ma, dopo un po’, la trasmissione inizia a perdere attrattiva e diventare noiosa. Non ci vuole molto. Inizio a guardare altri canali e altri programmi che trovo più interessanti. Mi butto su questi programmi, trovandoli tutti affascinanti.

Ritorno raramente sul tuo canale, e quando lo faccio è solo per deridere i tuoi programmi e compiacermi nel riversare disprezzo su ciò che trasmetti. Anzi, mi dà più soddisfazione criticare i tuoi programmi che non apprezzarli.

Alla fine, smetto di seguire il tuo canale del tutto, troppo assorbito da ciò che viene trasmesso su molti altri canali (ho capito che è più utile avere tanti canali a un tempo, saltando da uno all’altro per divertirmi di più).

Eventualmente, decido che non ho bisogno dei tuoi programmi e non voglio più la televisione su cui li guardavo. Per tagliarti completamente fuori, vado a comprare una televisione nuova. D’altronde, posso sempre trovare una televisione migliore, no?

H.G. Tudor – There’s nothing good to watch

Io la chiamo la ‘sindrome del giocattolo nuovo’.

Il mio narcisista seguiva questo schema in maniera compulsiva; consumava e buttava via persone (e luoghi) a una velocità vertiginosa, che mi fa girare la testa a ripensarci. Nel giro di pochi mesi, non saprei nemmeno contare quante volte gliel’ho visto fare. Essendo entrambi viaggiatori, ci eravamo trasferiti all’estero insieme. Appena arrivato, tutto era meraviglioso e fighissimo, tutti erano fighissimi, i suoi nuovi migliori amici, si gettava su ogni nuova ragazza che conosceva messaggiandola compulsivamente tutto il giorno.

Ma la noia arrivava presto, a volte nel giro di pochi giorni. Oppure lo contraddicevano, non lo adoravano come avrebbero dovuto, non facevano tutto quello che voleva – lo scarto era istantaneo. Improvvisamente declassati da migliori amici da cui non si staccava mai a “perdenti, stupidi, ritardati” da disprezzare (ma da riciclare occasionalmente quando non c’erano novità disponibili) venivano soppiantati all’istante da un nuovo gruppo di fighissimi migliori amici.

Era impossibile creare delle ‘vere’ amicizie quando ogni paio di settimane cambiavamo radicalmente giro, compagnia, locali, in un vortice divorante sempre più rapido finchè non aveva esaurito i ‘giri’ disponibili… e quando i vari gruppi avevano iniziato ad accorgersi della sua vera faccia e a tagliarlo fuori.

E non erano esenti nemmeno i suoi vecchi amici. I due da cui scroccava alloggio in Italia quando ci siamo incontrati? Da fighissimi e pazzeschi a miserabili sfigati e perdenti di cui sparlava con tutta la città nel giro di un mese, finchè non l’hanno cacciato e lui è venuto a fare il parassita a casa mia, piangendo miseria su come fossero stati cattivi. I due che vivevano dove ci siamo trasferiti? Da fighissimi e pazzeschi a miserabili sfigati e perdenti quando ha capito che non l’avrebbero lasciato vivere gratis a casa loro mantenendolo indefinitamente.

Questo è ciò che fa anche con i luoghi, ed è il motivo del suo viaggiare in maniera sregolata, impulsiva, compulsiva (cosa di cui non ero, ovviamente, al corrente). La novità del posto nuovo con tutte le nuove persone da affascinare si esaurisce di colpo, e lui, che ha un bisogno compulsivo di essere intrattenuto a livello superficiale – in quanto non è in grado di legarsi in modo più profondo a persone o luoghi – sprofonda in una furia frenetica e insoddisfatta, molla tutto di colpo e scappa in un nuovo Stato, abbandonando veicoli, debiti, contratti, fidanzate sotto shock.

Non c’è da stupirsi, dunque, che abbia seguito lo stesso identico schema con me, e probabilmente con tutte le ragazze venute prima di me. Dopo le prime conversazioni – durante le quali non chiedeva nulla di me: con conversazione intendo ‘raccontare mirabolanti storie sulle sue fighissime imprese’ – esaurito il repertorio, il suo interesse a parlare con me era svanito. Viveva su Facebook messaggiando compulsivamente dozzine di persone a un tempo, si lanciava su qualunque sconosciuto ignorandomi completamente, ripetendo le solite storie con tale precisione che le saprei recitare a memoria.

Stessa cosa, naturalmente, per il lato fisico. Passata la novità, e con davanti un ricco terreno di caccia, sbuffava irritato e schifato quando cercavo di approcciarlo, insultando il mio aspetto e ripetendomi quanto fossero più fighe tutte le altre ragazze. Nel nome della novità, mi tradiva con chiunque, da un’adolescente rimorchiata al bar a una sconosciuta incontrata in aereo durante uno scalo.

E, alla fine, quando un mattino si è svegliato e ha deciso che il luogo meraviglioso dove ci eravamo trasferiti era una merda, doveva bruciare, gli faceva schifo – “abbiamo visto tutti i bar, ormai possiamo andarcene” – mi ha annunciato che sarebbe scappato in un altro Paese e io potevo anche andarmene perchè da quel mattino non mi amava più.

Lo shock è nato dal fatto che non avrei mai potuto immaginare un simile delirio, una simile compulsione. Purtroppo, ci vuole tempo perchè emerga lo schema di comportamento: e se non se ne è al corrente, è davvero impossibile immaginare una cosa del genere. Mi gira ancora la testa a ripensare alla sua frenesia furiosa nel divorare tutto e tutti, con un constante bisogno di averne ancora, ancora, ancora – una voragine senza fondo che non sarà mai sazia.

Come NON si aiutano le vittime di narcisisti, sociopatici, e psicopatici.

C’è un genere di individui che esiste da sempre, che si ritrova in ogni razza, cultura, società e classe sociale. Tutti hanno incontrato questi individui e sono stati imbrogliati e manipolati, e costretti a convivere con o a riparare i danni che hanno causato. Questi soggetti spesso affascinanti e sempre dannosi hanno un nome clinico: gli psicopatici. La loro caratteristica principale è un’incredibile assenza di coscienza; il loro scopo è la gratificazione personale a spese degli altri. Molti passano del tempo in prigione, ma molti no. Tutti prendono molto più di quanto diano. – Dr. Robert Hare – The Charming Psychopath

Ho comunicato con migliaia di persone che hanno subito danni per mano di narcisisti maligni, sociopatici e psicopatici nel ruolo di partner, amici, parenti, colleghi o capi. Nel corso del mio lavoro, ho notato un tema ricorrente: la mancanza di supporto della società e il gaslighting dei sopravvissuti.

Ecco i comuni errori che la gente fa quando comunica con sopravvissuti a questo genere di insidiosa violenza:

1 -Trattare l’abuso come un problema di “compatibilità”, una “brutta rottura” di una relazione, o minimizzare il comportamento patologico del maltrattatore equiparandolo a quello di “uno str*nzo qualsiasi”.

Come società, dobbiamo capire che il narcisismo maligno non è un problema “di tutti i giorni”. Anche se il narcisismo esiste su uno spettro, molti dei sopravvissuti sconvolti dal trauma dell’abuso psicologico hanno incontrato individui al capo estremo dello spettro. Hanno incontrato predatori che li hanno sistematicamente privati di autostima e fiducia in se stessi. Le vittime di narcisisti maligni spesso subiscono abuso emotivo, psicologico, spirituale, finanziario, a volte anche fisico e sessuale.

Un narcisista maligno ha caratteristiche che vanno ben oltre egoismo, egocentrismo e vanità. Ha tratti antisociali come mancanza di rimorso, incapacità di adeguarsi alle norme sociali, impulsività, aggressività, e mancanza di una coscienza. Sono persone che possono compiere crudeltà inumane e atti di violenza sia fisica che psicologica solo per ottenere ciò che vogliono.

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Per gli psicopatici, tutti sono intercambiabili.

Gli psicopatici svalutano e rimpiazzano gli altri in un attimo. Anche se probabilmente hai percepito un’immediata connessione di fiducia ed entusiasmo con loro, capirai che possono creare quel legame con chiunque.

Gli psicopatici non hanno lealtà, non si attaccano a niente e nessuno, non provano amore. Si lasciano alle spalle una scia di distruzione e danno la colpa alle loro vittime ogni singola volta.

Jackson McKenzie – @narcissist.sociopath.awarenes2